Un istante chiamato vita di Ludovico Carpenetto
“Allora, raccontami della tua storia.” - esclamò la dottoressa estraendo dalla borsa un taccuino.
“E sentiamo: perché lei vorrebbe conoscere la mia storia?” – ribattè il ragazzo infilandosi la solita siringa nella pancia.
“Perché io voglio aiutarti, penso che rispolverando il passato tu possa apprezzare di nuovo il presente.”
“Belle parole, facili da dire per chi è sano, per chi ha ancora una vita.” - affermò il giovane con tono agitato, asciugandosi la ferita.
“Se tu non avessi più una vita, io non sarei qui oggi.” – rispose a tono la donna in camice bianco.
“Infatti, lei non sarebbe dovuta venire. Nulla può cambiare il mio destino, gliel’ho già detto tante volte.”
“Hai ragione. Ma io posso aiutarti ad apprezzarlo, prova a raccontarmi la tua storia, puoi parlarmi ad esempio di come ti sei ammalato, cosa è cambiato da prima, come ti senti o qualsiasi altra cosa, devi solo cercare di buttare fuori quello che hai dentro, senza peli sulla lingua.” - sospirò con tono placido, ma incisivo.
“Non credo proprio che questo metodo di cura sia efficace, - disse il ragazzo - ma tanto non ho niente da perdere, ciò che mi rimane sono istanti, ma presto anche la monotonia del tempo mi abbandonerà. Comunque farò come dice lei, le racconterò la storia della mia lenta e dolorosa fine.” - poi si voltò con la sedia e bevve il bicchiere d’acqua che si trovava dietro di lui, lanciò ancora uno sguardo alla dottoressa e incominciò.
“È iniziato tutto circa tre mesi fa, quando un giorno ad una festa d’amici mi sono sentito mancare, le forze mi hanno abbandonato e sono caduto a terra svenuto. Mi hanno portato subito in ospedale. I medici pensavano che fosse un semplice svenimento, forse perché c’era troppa gente alla festa, ma io non stavo per niente bene, mi sentivo mancare in continuazione, sentivo che il mio corpo non era più lo stesso, era cambiato qualcosa nel metabolismo del mio fisico. Né i medici né i miei genitori mi hanno ascoltato, dicevano che probabilmente mi ero stressato troppo e dovevo solo riprendere le forze, ma io sapevo che non era così.
Solo quando una settimana dopo sono svenuto di nuovo, e questa volta a casa mia, tranquillo nel mio letto, hanno deciso di farmi delle analisi. Non ci hanno messo molto a capire cosa avessi: era diabete, diabete di tipo 1. Da quel momento la mia vita è stata come un ramo caduto da un albero. Avevo perso la strada, qualsiasi fonte di felicità mi aveva abbandonato, sono bastate poche parole a conficcare dentro di me un pugnale irremovibile, la spada di Excalibur era piantata nel mio cuore ormai duro come la roccia, ma io sapevo che non ci sarebbe stato un Artù che sarebbe venuto ad estrarla.
Iniziai quindi una dieta ferrea, accompagnata da continue iniezioni di insulina nel sangue. Mi resi sempre più conto che tutto il benessere che avevo avuto prima di ammalarmi non si sarebbe mai più manifestato, la mia vita avrebbe preso un’altra strada, forse anche quella della morte. I medici me l’avevano detto in faccia, non era da escludersi nemmeno quella possibilità. Cercavo di non pensarci, - sospirò asciugandosi una lacrima solitaria che gli scendeva sulla guancia – cercavo di non prendere quella ipotesi neanche in considerazione, ma sapevo che non era per niente remota. Quindi tutto poteva già finire. Tutti i miei sogni, le mie ambizioni, i miei desideri erano destinati a piombare nel nulla, erano destinati a ghiacciare e successivamente a sciogliersi, come neve al sole.
Ma la malattia peggiorava, dovevo iniettarmi sempre più insulina. Sono rimasto in ospedale, per essere sottoposto a continui controlli. Passavo molte ore da solo in questa stanza tutta bianca, a riflettere, a rivalutare la mia vita alla luce di ciò che era accaduto, ma la vera domanda da porsi era: io ce l’ho ancora una vita?
Non è stato per niente semplice rispondere, o meglio non è stato semplice trovare il coraggio per rispondere. Sono riuscito solo a guardarmi indietro e a scavare in ciò che avevo perso e ciò che ero riuscito a provare, accorgendomi che la mia vita non è stata altro che un pacco regalo mai aperto, una pallottola mai sparata, un cavallo mai cavalcato, un vestito da esposizione, un libro mai letto. Se solo riuscissi a salvarmi saprei come andare avanti, saprei cosa cambiare, ma dal diabete non si guarisce, al massimo si sopravvive, è questa la mia unica speranza.” – si coprì il volto con entrambe le mani.
Non gli sembrava vero di riuscire a dire tutto questo a una persona che aveva visto poche volte, ma che gli ispirava un senso di fiducia, inoltre gli chiedeva di più di una semplice anamnesi, gli chiedeva di rivalutare tutto quello che aveva provato, per cambiare il suo atteggiamento verso ciò che stava affrontando.
“La situazione però, nonostante la mia permanenza in ospedale continuava a peggiorare. Allora i medici dissero che era meglio fare delle altre analisi per capire se veramente ero destinato a morire da lì a poco, ma toccava ai miei genitori decidere. Loro cosa ne potevano sapere? Loro non sono come lei che sta ad ascoltarmi, loro sono bravi solo a piangere e a dirmi che tutto andrà bene, ma io so che non è così. Il loro continuo supporto non è servito a nulla, quando ti trovi di fronte a una malattia come il diabete nessuno può aiutarti, perché nessuno sa cosa stai provando, nessuno può veramente mettersi nei tuoi panni. Il resto della vicenda dovrebbe saperlo, no? - concluse il ragazzo fissando la dottoressa di fronte a lui.
“Sì certo lo so.” – sospirò quest’ultima. Seguirono attimi di riflessivo silenzio. Poi riprese la donna. - “Allora, sei ancora sicuro della tua decisione? Vuoi conoscere veramente i risultati delle analisi?”
“Vede, da quando lei è entrata nella mia vita è cambiato qualcosa in me, il mio approccio alla malattia è stato differente, mi sono sentito più forte di prima, mi sono sentito in grado di affrontare tutto e tutti, perfino il mio destino, persino la morte. È per questo che ho voluto conoscere al più presto le mie condizioni.”
“Non è questione di forza e nemmeno di rassegnazione, tu avevi perso la tua identità, vagavi alla ricerca di qualcosa a cui appigliarti per affrontare tutto quello che ti stava cadendo addosso, senza capire che ce l’avresti fatta benissimo da solo.” “L’ho capito troppo tardi?” – domandò preoccupato fissando la borsa che aveva la dottoressa.
“Questo lo vedremo quando ci saranno i risultati degli esami.” – rispose quasi balbettando.
“Nessuno è mai riuscito a nascondermi qualcosa.”
“In che senso?” – chiese spaventata.
“Lo so benissimo che dentro quella sacca ci sono i risultati delle ultime analisi, mi dica cosa ne risulta, la prego.” – implorò il giovane. “Non ho ancora avuto il coraggio di guardarli.” – singhiozzò la dottoressa.
“Lei non avrebbe mai dovuto affezionarsi a me. L’attaccamento è la più grande debolezza e glielo dice uno che ha perso quasi tutto e che non aspetta altro di sapere quale sarà il suo futuro. Non ho paura della morte. Solo abbandonando tutto ciò che ci è più caro, perfino la nostra vita, potremo raggiungere la vera purezza dello spirito. Non è importante se io vivrò o morirò, lei mi ha salvato comunque, dovrebbe ritenersi soddisfatta. Adesso la imploro con tutto il cuore, le guardi.” – la supplicò.
“Si, hai ragione, devo ritenermi comunque soddisfatta.” – sospirò, poi si fermò. Fissò il ragazzo. Avvicinò la borsa. Aprì lentamente la cerniera. Estrasse due fogli. Li scrutò per alcuni secondi.
Il ragazzo intanto strinse forte i braccioli della sedia. Accavallò le gambe. Chiuse gli occhi per qualche istante poi li riaprì. Infine lasciò i braccioli di scatto e disse:
“Allora, devo morire?”