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scritto da Elisa Dietrich
Roma, anni 14
Scuola Media Bagnera Roma
Pubblicato nel numero 5

Le foglie gialle e rosse che cadono dagli alberi, i negozi e le persone che si preparano per il Natale, l’odore di caldarroste nell’aria, la neve che ricopre tutt’attorno con il suo velo bianco.
Mi fanno ripensare ai vecchi tempi, quando ero solo un’ingenua ragazza che giocava con i suoi amici a battaglia di neve o a nascondino nei prati. Nei miei vaghi ricordi di quel periodo, uno solo è rimasto nitido nella mia testa.
Correva l’anno 1910. Avevo all’incirca dieci anni quando io e la mia famiglia ci trasferimmo a Roma nella residenza dei nonni.
Eravamo stati costretti ad andare via dalla nostra casa a causa dell’aumento improvviso dell’affitto mensile; in poche parole, siamo sempre stati una famiglia abbastanza povera.
Rendendomi conto della situazione economica in cui eravamo finiti, non chiedevo quasi mai nulla per Natale: mi accontentavo della semplice bambola di pezza che mia madre cuciva giorno e notte con tanto amore cercando di non farsi scoprire, e che deponeva con cura sotto l’albero la notte del 24 Dicembre.
Faceva tutto questo per farmi credere che era passato anche per me Babbo Natale, e che, anche se non eravamo una famiglia benestante, ero come tutte le altre bambine della mia età; anche se, in cuor mio, non riuscivo a credere che fosse così.
Ma quel Natale era diverso: c’era qualcosa di speciale nell’aria e una dolce canzone faceva da sottofondo. Erano le undici e mezza.
Avevo già scartato la mia bambola ed ero la sola ad essere ancora sveglia in tutta la casa. Non riuscivo a dormire: il pensiero di non essere riuscita, con la mia paghetta settimanale, a comprare neanche un cioccolatino a mia madre mi faceva venire un senso di colpa e di inutilità; questo si ripeteva ogni vigilia.
Ero seduta sul divano, quando ad un tratto sentii dei rumori strani provenire dal camino.
Corsi a nascondermi dietro l’angolo e presi il vecchio fucile di mio nonno: naturalmente non era carico, ma la mamma aveva sempre detto di fare così quando ero a casa sola e dei ladri avessero cercato di entrare.
Ero pronta a difendermi, quando uscì fuori dal camino: non potevo credere ai miei occhi, era proprio lui in carne ed ossa! Portava un grosso sacco pieno di regali: era proprio Babbo Natale!
Tra questi, quello in superficie aveva una targhetta con su scritto ‘auguri Annah’, era proprio per me!
Stava per prenderlo quando si sentì il verso di una renna.
Si avvicinò alla finestra a controllare la sua slitta ed io, spinta dalla forte curiosità, mi avvicinai a prendere il mio regalo.
Tutto filava liscio come l’olio, ma ad un tratto si voltò verso il sacco. Non feci in tempo a scappare, così buttai il mio regalo a terra e mi infilai nel sacco sperando di non essere stata vista.
Egli prese il regalo e lo posò sotto l’albero, prese il sacco, salì sulla slitta e partì in volo: finora non mi aveva notata!
Era l’una, cercai di rimanere sveglia il più possibile per vedere con i miei occhi quello che stava succedendo, ma, inevitabilmente, mi addormentai.
Quando riaprii gli occhi ero sdraiata su un letto di caramelle gommose e bastoncini di zucchero, e uno strano omino mi chiese se stavo bene e mi portò in un ufficio molto strano: i mobili erano fatti interamente di dolci e nel caminetto, al posto del comune legno, bruciavano bastoncini di liquirizia.Mi misi seduta sul divanetto e attesi…
Dopo dieci minuti arrivò Babbo Natale, si sedette sulla sua poltrona e iniziammo a parlare di molte cose: cosa ci facevo nel sacco dei regali, come mai ero ancora sveglia a quell’ora e molto altro. Ma oramai si era fatto tardi, era già venuta la notte del 25 Dicembre.
Così, Babbo Natale mi diede un regalo per mia madre e mi riaccompagnò a casa. Notai che la sua sacca era ancora piena di regali, cosi gli chiesi: “Ed ora con i regali avanzati cosa farai?” e lui rispose: “Ti andrebbe di usare questa vecchia scopa magica e di portarli a tutti i bambini buoni la notte del sei Gennaio, insieme a dolci e caramelle?”
I bambini furono così entusiasti di me che da allora in poi lo feci ogni anno in quella data.
Non avevo ancora un soprannome finché, al mio secondo anno di attività, una bimba di non più di due anni mi vide e disse: “Befana, Befana!”
Questo nome mi piacque così tanto che decisi di chiamarmi proprio ‘Befana’. |