Prigioniero PDF Stampa E-mail
Non so quanto tempo rimango lì, con la bocca aperta a bere l’acqua ma all’improvviso sento degli spari e delle grida e in me si accende un barlume di speranza: saranno i miei compagni americani venuti a salvare il povero Martin? Premo l’orecchio sulla porta sprangata speranzoso, ma la mia speranza si spegne subito, non si sentono ne spari ne grida, solo le risate dei miei aguzzini.
Mi accascio sul pavimento impolverato e appoggio la testa al muro. Finché mi accorgo… che non sento più l’aria. Mi alzo in piedi spaventato e appoggio la bocca al buco del muro, grosso più o meno come un pugno e, mentre respiro aria a sorsate, mi vengono in mente i miei amici, i miei genitori e la mia compagnia di soldati.
Stavamo andando a Sud verso la capitale di questo maledetto Stato, chiamato Afganistan, il mio sergente aveva intenzione di muoversi più velocemente possibile, e ci faceva correre come matti nel deserto. Una volta accampati tra le rovine di una famiglia sfortunata, abbiamo dormito tranquillamente, senza mettere soldati a guardia delle macerie. Tanto chi poteva disturbarci tra quei sassi? Come ci sbagliavamo!
Mi chiamo Edimar Lavala e sono un guerrigliero talebano molto importante, tanto che sono a capo di una squadra. Siamo appena tornati da una missione facile facile: rapire un infedele e portarlo qui. I governi stranieri dovranno liberare dieci dei nostri per riaverlo.
Questo invasore non smette più di piangere, non ne posso più, ma non provo pena per lui perché il nostro capo ci ha raccontato che sono dei sanguinari, uccidono i bambini, bruciano moschee e violentano le donne. Non hanno ordine né disciplina, pensare che avevano una donna in quella compagnia, una donna soldato! E senza il burqa! Da non credere! Adesso gli porterò da mangiare a quell’idiota, spero solo che taccia. Sta entrando qualcuno, mi rialzo per avere un aspetto più dignitoso e severo anche se non mi servirà a nulla. Entra un ragazzo giovane vestito come i talebani solitamente vestono, una fascia gli copre il viso, nelle sue mani sporche ci sono un kalashnicov e una ciotola. Mi porge la ciotola, mi dice qualcosa nella sua lingua e se ne va. Dentro la ciotola c’è della brodaglia con pezzi di verdure galleggianti, l’aspetto è orribile, però è cibo e io ho troppa fame.
Spero gli vada di traverso a quell’infedele, così almeno sta zitto, ma… che ore sono? Vado a vedere l’orologio in sala, vedo Amhed, mio fratello, lo saluto amichevolmente, lui seriamente dice: “Come sta il prigioniero?” “Bene.”
“Bravo, ma ricorda che poi bisogna fare il video, così il governo americano libererà i nostri amici!”
“Non ne sarei così sicuro.” gli dico
E lui mi risponde: “Beh… se non li libereranno ci sarà un infedele di meno.”
Amhed si allontana ridendo sadicamente e mentre se ne va un brivido mi percorre la schiena.
Mi hanno fatto alzare e condotto in una stanza buia, dentro ci sono due uomini incappucciati, uno puntandomi il fucile mi dice: “Siedi e aspetta.” obbedisco
Rimango seduto qualche minuto finché non arriva l’uomo che mi ha portato il pranzo, mi fanno inginocchiare e mi dicono di leggere un foglio ad alta voce.
L’inglese è molto scorretto ma più o meno capisco questo testo: “Sono prigioniero, se volete salvarmi dovete liberare…” seguono nomi di persone afgane.
Un uomo annuisce e accende una telecamera mentre un altro mi fa cenno con la mano e io inizio a recitare:
“Sono prigioniero…”
 
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Copertina10
n. 10 - Gennaio/Febbraio 2011

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